SOLO VALIGE DI CARTONE PER CARROZZE DI III CLASSE

Il mondo non è diventato quel brutto posto che è perchè ci sono pochi cattivoni a comandarlo. La colpa è della massa di sgherri striscianti che chiede di essere comandata e sottomessa per qualche briciola di pane raffermo...

Non dimentichiamolo mai (lo scrivo anche per me), la lotta, quella vera, si fa fuori da internet, con il mouse non si cambia il mondo.

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lunedì 3 gennaio 2011

Il barbone e la paura della povertà.

 

 

 

 

Il primo post del 2011 nasce in maniera del tutto casuale, quindi vuole allontanarsi dalla solita retorica natalizia sui clochard, avrei potuto scriverlo in qualsiasi momento. Sto preparando un pezzo sulla crisi perpetua europea e mondiale quando m’imbatto nel pezzo pubblicato da Rosa in “Eliotropo” Le storie invisibili della Milano povera.

Vi sono delle riflessioni interessanti tra cui quella che io definirei “razzismo della povertà”: in cui si asserisce che il razzismo non dipenda più tanto da questioni di pelle, lingua o tradizioni differenti, quanto dal demone dell’essere poveri e ultimi in questo mondo.

Il barbone sarebbe in fondo nient’altro che lo specchio di ciò che saremo noi senza il nostro lavoro o la nostra famiglia che ci sostiene.

La domanda successiva che viene quasi spontanea è la seguente: perché nel nostro ricco mondo c’è tanta paura della povertà? Non siamo forse la società dell’abbondanza?

La risposta è fin troppo semplice: finire poveri, diventare “ultimi”, nel nostro fatato regno dell’abbondanza, non è diventato poi così difficile, anzi è un attimo; basta perdere quella certezza dell’alzarsi ogni giorno la mattina per recarsi in ufficio, basta che l’attività cui si affidano piccoli e medi imprenditori conosca un periodo nero, abbastanza lungo da non permettere di ripagare i debiti o contrarre nuovi prestiti per rifornire l’attività.

Tempo fa ascoltai l’intervista a una negoziante di questo ricco nord, apparteneva alla medio borghesia (stava abbastanza agiata insomma), ebbene dopo un periodo di sfortuna nera, si ritrovò a dover chiudere battenti e cominciò a dormire in macchina con sua figlia, di colpo era piombata nella condizione di nullatenente, di colpo era diventata ultima fra gli ultimi, perdendo non solo la sua condizione d’agiatezza ma ovviamente buona parte delle sue relazioni sociali e dei suoi rapporti d’”amicizia”.

La gente fugge dalla povertà, fugge come si faceva con gli appestati: forse è contagiosa.

Al moderno Yuppie e al vecchio arrivato, fa specie la povertà. Lui che si muove nella società dell’immagine, lui che è specchio luminoso della cultura della visibilità, lui che è levigato di mocassini in pelle, di giacche ben inamidate, lui che di professione scala, lui che per vocazione prende e divora, lui, la povertà la vede come una bava, un vomito che non deve azzardarsi a sfiorarlo.

E poi ci sono quelli che non sono per niente yuppie, ma che vorrebbero essere yuppie, che ammirano la  fresca lucentezza del nero metallizzato di un suv, che sognano quella fetta di potere da cravatta, quello stesso senso di potenza e di sicurezza, forse perché almeno a pensarla, la ricchezza, ci si sente più forti, ci si allontana da quel senso di povertà incombente.

Ma anche quelli che perduto il loro lavoro, con un mutuo che preme inesorabile e con diverse bocche da sfamare, non c’è la fanno più, la guardano dall’alto del davanzale, la bava della povertà, la bava che scorre verso di loro e decidono di gettarsi, di porre fine alla loro esistenza.

Non è un caso che nella nostra civiltà la parola “sfigato” e la parola “vincente” abbiano acquisito una forza inusitata. Non le ho mai accettate, perché accettarle significa accettare il modello culturale, in parte di derivazione americana e oramai praticamente globalizzato, del nostro barbaro vivere attuale.

Ma che razza di mondo è questo, dove chi è triste non può mostrarsi triste perché qualcuno per forza ti dice sorridi e non abbatterti, che razza di mondo è questo, che devi essere sempre al massimo, o meglio mostrarti sempre al massimo perché nessuno deve dubitare che tu sia un vincente e non uno sfigato che presto o tardi finirà sotto le ruote dell’ingranaggio sociale.

Che mondo è un mondo dove tutti si guardano torvi  negli occhi per “misurarsi”, a vicenda, dove sono arrivati e dove arriveranno (parafrasando ancora Francesco Zaffuto).

Che mondo è, un mondo dove gli ultimi, i poveri, vengono abbandonati all’indifferenza, alla violenza, alla morte per gelo e fame, per paura che contagino i germi della loro malattia: “la povertà”.

Può dirsi civile una società del genere, come si chiede Roberto nel suo blog "Vivere senza fissa dimora", che lui clochard lo è per davvero. E lo dice, chiaro e tondo, che a qualcuno forse conviene che i clochard restino tali, perché c’è un giro di soldi mica male, ci sono tanti squali che ci mangiano su questa carità.

La risposta è chiara. E la sappiamo tutti.

Ma attenzione, come abbiamo detto in questo inizio d’articolo, come molti di noi sanno bene, finire poveri e ultimi, è davvero questione d’un attimo: in America, nel luogo del “sogno”, si calcola che vi siano oramai almeno 40 milioni di poveri, di gente che riesce a malapena a fare un pasto al giorno

Può essere fra non molte albe che ci svegliamo infreddoliti d’inverno, con una coperta appena a coprirci, una fontanella per levarci la cispa, e con lo stomaco che bercia per i morsi della fame, ritrovarci a “fare colletta” per metropolitane e vie della città, con gli sguardi della gente addosso (o peggio i non sguardi) e i “velenosi” commenti dei poliziotti. 

Chissà, a sollevare anche solo per un attimo gli occhi, quanti amici ci staranno intorno in quel momento, e quanti invece si saranno dileguati facendo finta di non averci mai conosciuto: si accettano scommesse.

Davide.

29 commenti:

Lara ha detto...

La tua domanda "Che mondo è questo ...?" in me da tempo non trova risposta.
Diventare poveri, a causa del sistema, non per mancanza di iniziativa o di buona volontà, significa perdere gli "amici", sentire la vergogna su di sé, non riuscire più a mantenere la maschera sociale. E se poi si ha una famiglia da mantenere non si può neppure fare il clochard.
E quindi è vero, la povertà è un virus che sta dilagando e di cui si ha paura di essere contagiati. Molto più facile gettare una moneta che avvicinarsi ad un clochard!
Ciao Davide,
Lara

rosa ha detto...

Molto bello, mi è piaciuto il tuo articolo, splendida analisi...e molto vera anche, sì io posso narrare di questa "diffidenza" della "paranoia" da povertà ed è esattamente nel senso che tu proponi. La paura d'essere quel che vediamo davanti a noi, perchè ci vuole un attimo...un periodo nero...e ti ritrovi lì ed allora preferisci esorcizzarlo, pensarlo altro, diverso da te, lontano...di un'altra razza. Non siamo pronti alla povertà perchè il nostro mondo è un castello di carte. Un'illusione fatta di consumi e di marchi...una ricchezza fatta di danaro...che è molto meno che carta, che non è niente. Quando poi vengano a mancare le cose...la roba, allora cosa ci rimane...cosa abbiamo, su che cosa basiamo le nostre amicizie, sui week-end, sulle cene, sulle uscite a teatro? Il modello di mondo che si sta proponendo tiene conto dell'essere umano o delle cose che costruisce e dei pezzi di carta che chiam denaro? Io lo so perchè ho vissuto e vivo la perdita delle cose ed a tenermi viva è la certezza che non esista solo la roba...

Ciao Davide Un abbraccio forte
Namastè

I am ha detto...

Ottimo articolo, misurato, reale. Ci ricorda che il povero siamo anche noi.
Non accetto scommesse perché perderei nella indifferenza della umanità. Però credo ci siano persone che prendono a cuore la sorte di quelle più sfortunate senza attingere a quei fondi della povertà. Se così non fosse sarebbe molto triste Davide.
Una notte serena

mark ha detto...

Ho notato questo dilagante senzo di indifferenza che popola le nostre grigie strade, da Milano a Napoli a Roma...storie differenti mascherate dietro lo stesso lurido vestirsi, indifferenti quanto paghi delle nostre vite non abbiamo per le mani e per gli occhi quella stessa sensazione di povera nullità, perchè l'apparire è molto più importante, fino a quando il tuo interlocutore non guarda oltre il tuo sguardo e legge la tua profonda tristezza e mancanza di libertà...
Un saluto e gran bel post!

bussola ha detto...

è vero..... purtroppo ora basta gardarsi in torno per vedere scene che avremmo immaginato di vedere solo in televisione

Davide. ha detto...

Lara: già alla fine chiedersi che mondo è diventa pleonastico.Avvicinarsi a un clochard è come avvicinarsi a un elemento estraneo al nostro paesaggio vicino abituale.Ciao bella.

Rosa ti abbraccio anch'io e abbraccio la tua grande consapevolezza e abbraccio la tua umanità così ricca. Namastè.

I am già perderei. Ma credo che esistano e ne ho conosciute, di persone che ci tengono davvero ai loro simili: non fosse altro che davvero il più grande egoismo del mondo e aiutare gli altri. Provare per credere.

Grazie Mark, condivido il tuo punto di vista, da cui trapela una volontà e una naturale inclinazione a non fermarsi assolutamente alle apparenze.

Davide. ha detto...

Bussola...si basta guardarsi intorno per capire che mondo è diventato, ma in molti dimenticano di guardare, di vedere. Come dice Saramago in Cecità: siamo diventati tutti un pò ciechi.

web runner ha detto...

C'è un altro fattore ormai da considerare nella parabola dello scivolamento verso la bava della povertà: l'onestà. Specie in questa povera Italia. Non che essere onesti porti automaticamente a finire poveri, "ultimi", almeno nel senso materiale dei termini.
Però aiuta.

Francesco Zaffuto ha detto...

è dalla parola "pane" che dobbiamo cominciare per costruire la società, e in quella parola "pane" deve intendersi anche un riparo dal freddo, un cesso dove orinare; subito dopo possiamo parlare di "lavoro" e forse arriviamo anche alla parola "libertà".
ciao

Hobina ha detto...

Ciao Davide, ho appena letto il tuo post; condivido in pieno la tua riflessione sulla povertà: purtroppo ognuno di noi rischia di fare questa fine. La paura è grande perché come dici tu con acume, basta davvero poco per finire per strada: i sentimenti di cui parli li provo ogni giorno camminando per strada, quando incontro mendicanti che chiedono qualche spicciolo. E se un giorno ci fossi io al posto loro? Me lo chiedo spesso, poi scaccio via il pensiero per proseguire la mia strada e non finire schiacciata dall'ansia. Sono i meccanismi di questa assurda società nella quale ci troviamo a vivere, dove non c'è più solidarietà e umanità, alla fine stavamo meglio quando stavamo peggio, quando avevamo meno di tutto ma eravamo infinitamente più ricchi..

gattonero ha detto...

Il povero o lo frequenti poiché è un tuo simile, o lo ignori perché lo ritieni una scheggia impazzita del sistema, o addirittura lo combatti come fosse una ineludibile malattia mortale.
La scelta fra le tre ipotesi è strettamente soggettiva.
Chi lo frequenta, il povero, lo fa in silenzio, quasi di nascosto, non perché si vergogna di fare del bene (magari solo con un saluto; se cè anche un po' di money tanto meglio), ma perché si rende conto che questa 'malattia' non dovrebbe esistere, in un paese che si reputa civile la possibilità di diventare povero dovrebbe essere annullata da tempo; di questo mancato annullamento si vergogna, e, nel suo piccolo, cerca di metterci una toppa.
Chi lo ignora, sempre il povero, resta fedele alla sua ignoranza di fondo, che sicuramente è estesa al suo stesso modo di vivere: occhio non vede, non vuole vedere, cuore non duole, è regola di vita, più vincolante di un giuramento.
Di chi combatte il povero a suon di tagli al suo sostentamento; chi nei licenziamenti di massa vede solo un business, fingendo di non sapere che, oggi soprattutto, un disoccupato è automaticamente un povero in più; e quei maledetti bastardi che ne fanno oggetto di dileggio, di percosse, quando non di peggio...
Ecco di questi preferisco non parlare, perché con un commento finirei per sporcare un post giusto e misurato, che non cerca insulti, ma una presa d'atto del problema, più che mai attuale.

Ti seguirò. Ciao.

Cinzia ha detto...

Ciao Davide
sai, ieri quando ho letto il tuo post avei voluto scriverti un mio parere, ma la mia posizione è quantomeno "bizzarra" e mi son trattenuta proprio per questo. Parlare di clochard e di indifferenza è argomento pesante. Oggi ci ripensavo e mi sono ricordata della poesia di Pablo Neruda "muore lentamente chi non trova grazia in sé stesso"
Ecco, credo che il nocciolo stia qui. Molte delle persone che hanno commentato, nonostante paventino la possibilità di trovarsi dalla parte del povero, sono infinitamente ricche -non certo di denaro, ma di talenti e di rispetto per se stessi- che mai e poi mai potrebbero trovarsi "dall'altra parte". Tu compreso.
E che dire del timore di guardare un povero: povero è chi non scova in sé stesso la forza di Essere. Quindi anche chi non trova la forza di accettare l'altro nella condizione in cui E'.
Ciao, a presto!

Davide. ha detto...

Web Runner: quello che hai scritto mi ricorda la scena di "Wall Street" quando Charlie Sheen e Martin Sheen sul valore dell'onestà, con il figlio che è in piena scalata sociale. L'idea che essere onesti aiuti a diventare poveri o non aiuti a diventare ricchi è abbastanza diffusa. Con l'onesta entra in gioco anche l'etica: è un termine che non sento da tanto. Anche l'etica non aiuta a compiere determinate azioni.

Francesco Z.: sicuramente senza la base non si può parlare di altro, eppure ricordo che alcune delle più violente ribellioni della storia sono state causate proprio dalla mancanza di pane. Comunque la nostra capacità d'agire in questo mondo è collegata direttamente alla quantità di "pane" a nostra disposizione e così i nostri diritti.

Hobina: stavamo megllio quando stavamo peggio. Questa frase comincia a diventare obsoleta, mi spiego meglio...in questo preciso momento storico possiamo dire che la generazione precedente alla nostra quella dei nostri genitori stava meglio di noi...noi siamo molto più poveri di loro...e abbiamo menoo possibilità. Intendo la generazione di chi era giovane tra fine anni sessanta e settanta

Davide. ha detto...

Gatto nero: il tuo commento è molto ricco di spunti....anch'esso molto misurato e lo condivido.

Cinzia: è vero, qui si parla semplicemente di povertà materiale. Ho conosciuto un barbone in Sardegna che viveva sotto un ponte, che si coltivava il suo orticello. Mi regalò un libro che ancora tengo.
In questo frullatore sociale trovare la forza di "essere" è una straordinaria ricchezza, la più grande che vi possa essere...ma altra cosa è il comprenderlo....tutt'altra cosa...in pochi lo capiscono...e in pochi purtroppo ne sono affascinati.

katiaqu ha detto...

Provengo da una famiglia in origine assai modesta. Da piccoli io e mio fratello indossavamo gli abiti dismessi di conoscenti danarosi. Non eravamo poveri, ma vivevamo, con dignità, in grandi ristrettezze. Oggi se vuoi regalare a qualcuno un maglione usato ma ancora in buone condizioni questo qualcuno rifiuta quasi offeso. Fai la spesa per la famiglia del piano di sotto che è numerosa e tira avanti a malapena con una pensione di reversibilità e poi vedi i figli più grandi ciondolare per strada, fumando sigarette e bevendo birra, mentre tu passi le tue giornate al lavoro, anche per comprare quel sacchetto della spesa che hai regalato loro. Non voglio dire che non ci siano poveri veri, vittime e non responsabili della propria condizione, di certo penso che l'ignoranza e la stupidità spesso rendono ancora più poveri.

Usagi ha detto...

io so soltanto una cosa: rimanere senza lavoro mi fa tanta paura, proprio perché so e non voglio, contare su nessuno.

Davide. ha detto...

Katiagu: poco da aggiungere. La stupidità è fonte di assoluta poverta e anche di quella se ne vede tanta.

Usagi: non è facile affidarsi a qualcuno. Se lo si fa bisogna liberare la mente da ogni pregiudizio.

Zio Scriba ha detto...

La parte che dà più i brividi è proprio questa finale, quella degli amici che potrebbero fingere di non averci mai conosciuto. Se da scrittore semifallito e sognatore mi trasformerò in clochard (perché sono pienamente conscio che la cosa è possibile) quante formiche mi daranno, quasi godendone, della stupida cicala? Magari non in faccia ma pensando, dopo assersi voltati dall'altra parte, "ben gli sta"?

speedy70 ha detto...

Piacere di conoscerti; molto interessante il tuo blog, mi iscrivo fra i tuoi lettori. Ciao, a presto!

I am ha detto...

Ciao Davide ti comunico che ti è stato conferito il premio Sunshine Award. per le modalità e saperne di più vai al link
http://essereniente.blogspot.com/2011/01/premio-sunshine-award.html.
Buona notte

Davide. ha detto...

Zio scriba: c'è troppa gente che parla fuori dall'orbita della faccia. Non mi piace.

Speedy 70: magari fosse interessante :)

barbaranotav ha detto...

Ciao Davide,

anche io ti ho premiato...

un abbraccio
Barbara
http://dadietroilsipario.blogspot.com/2011/01/sunshine-award.html

Goccia di Neve ha detto...

Ciao Davide, questo post descrive tutte le nostre paure e una realtà che schiaccia ai lati del nostro bel sogno. Non fa piacere leggerlo, ma credo che dovrebberlo leggerlo in tanti.

Sopratutto chi ha paura di questa possibilità, essere poveri non è bello, ma alcuni proprio lo rigettano come se fosse una malattia contagiosa, proprio come dici tu.

Ti auguro una buona nottata, ciao!

Davide. ha detto...

Ciao Goccia di Neve, grazie di essere passata a trovarmi. E' vero non fa piacere leggerlo, e forse neanche scriverlo.
Ti auguro anch'io una buona nottata.

Sara ha detto...

Ho letto e l'angoscia è palpabile.
A volte mi chiedo perché a noi sia andata meglio.. La povertà, il fallimento e l'abbandono hanno toccato la mia famiglia in passato, ma a quanto pare anche la fortuna!

Quel padre con la figlia in macchina...Ci ho pensato tante volte e altrettante con la stesa avrei voluto buttarmi nel lago..

Di certo deve essere contagiosa, perché al primo accenno di povertà c'è stata la quarantena, solo che è durata anni!!
Il mondo è un schifo e io da allora l'ho tenuto fuori dalla porta e solo allora ho iniziato ad essere serena..
Sara

ps.Scusate lo sfogo..

Ivan's ha detto...

La povertà dev'essere davvero qualcosa di orribile!

Davide. ha detto...

Sara ti ringrazio della tua testimonianza, e dello sfogo legittimo. Quasi sempre nella vita facciamo esperienze che ci portano fortemente a diffidare dell'altro e a chiuderci fuori il mondo: infaatti questa è la prova più difficile donare ancora all'altro la fiducia.

Ivan:terribile, si.

Sara ha detto...

Ciao Davide :-)
Per mia fortuna ho chiuso fuori quello che fa schifo, il resto del mondo mi piace! Se guardi son qua a chiacchierare con persone che non conosco e mi danno molto, ho pochi amici ma buoni, viaggio e conosco gente... Prendo quanto c'è di buono e faccio ciò che mi è possibile :-)come ho scritto nel mio profilo, faccio ciò che mi piace di più.. VIVERE!!

Un abbraccio dei miei e grazie della tua attenzione!
:-)))
Ciao!

Davide. ha detto...

Sara bella filosofia di vita: approvo :)

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